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Sto vivendo un momento meraviglioso e irripetibile della mia vita. Tutto in me è una potenzialità inespressa, o una risorsa sprecata, che alla fine è lo stesso. Quest’estate se volessi potrei fare delle vacanze meravigliose, potrei conoscere la persona che mi cambierà la vita, potrei creare qualcosa di concreto per cercare di sentirmi realizzato, potrei prendere e partire per un’avventura, una storia, un mondo diverso da quello in cui ho sempre vissuto.
Ed invece passo questi pomeriggi d’inizio estate al telefono, per cercare di convincere decine di vecchiette a vaccinarsi contro l’influenza, il prossimo inverno. Molte mi prendono come un confidente, mi spiegano per filo e per segno i loro acciacchi. Chi ha l’artrite, chi problemi di cuore, chi la pressione alta, chi ha paura, chi è sola...ogni tanto qualcuna mi chiede se posso chiamarla ancora, per parlare un po'. Altre invece addossano a me (e all’azienda sanitaria) le colpe della loro vita infelice. Qualcuno invece non ha tempo, deve prepararsi per andare al mare. Io ascolto tutto, mentre mi spiegano come hanno resistito alla morte di un marito, o a una vita di solitudine, e poi non so cosa rispondere quando mi chiedono: "come farò quando non riuscirò più a muovermi? Perchè non ho nessuno". Una, sconsolata, mi fa: “succederà anche a lei, vedrà...”.
Alla fine verso sera esco, e fuori all’aria aperta mi sento più libero. Vado al corso di inglese e di fianco a me è seduta una ragazza dal viso stanco, ma con un bellissimo sorriso. Parla inglese con un lieve accento romano, e durante un'esercitazione stentata di conversazione mi racconta qualcosa di sè. Lavora qui da poco, e vive da sola con suo figlio di un anno. Ha il nome di un ragazzo tatuato sul braccio, e non è l’unico ricordo di lui che non potrà mai cancellare. Mentre la guardo penso che domenica vorrei portarli al parco...
...è un'afosa domenica di luglio, e mentre guido la carrozzina le racconto qualcosa di me, per farla ridere. Poi mi allontano per andare in bagno e vado a prenderle un gelato di nascosto. Mentre ci riposiamo su una panchina, all’ombra di un albero, mi racconta la sua vita, e ad un tratto le viene da piangere, ma un attimo dopo sorride, perchè sa che tanto ormai il peggio è passato. La sera a casa sua la aiuto a preparare da mangiare mentre addormenta suo figlio. In quel momento, mentre io rigiro il soffritto e lei lo culla nel lettino, penso che vorrei che lui fosse mio figlio. O che lo diventasse. Non voglio che lei diventi come una di quelle vecchine sole, che risponde a uno sconosciuto al telefono e gli dice che non ha nessuno. Mi avvicino, mi verrebbe da abbracciarla, ma aspetto che lo faccia lei per prima. Lei mi legge negli occhi, e mi abbraccia. Che giornata faticosa. Per la prima volta nella mia vita, in questa afosa domenica d’estate, mi sento davvero utile a qualcuno. La sera, mentre torno a casa in macchina, penso che la mia vita, in quel momento, può essere rappresentata dal finale di "enemies/friends" degli Hope of the States. Da quegli archi più ancora che da quelle parole: Come on people
Finita la canzone, improvvisamente fa giorno, e non sono più nella mia macchina. ”That’s all for today, we will continue next lesson. Bye.”
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